ItalBasket Down, Dessì: “I ragazzi meritano più occhi e meno pregiudizi”
Dopo l’ennesimo travolgente successo della Nazionale Italiana Fisdir di basket con Sindrome di Down, che ha conquistato il suo quarto titolo europeo nella competizione svoltasi a Ferrara, l’assistente allenatore Mauro Dessì ha scelto di condividere alcune riflessioni a mente fredda, andando oltre l’entusiasmo e le celebrazioni della settimana passata.
«In mezzo a tanto entusiasmo, festa, meraviglia per tutto quello che è accaduto in quella settimana, credo che sia doveroso, a bocce ferme, fare anche un po’ di cronaca di cose che non sono andate», ha affermato Dessì. Uno dei punti dolenti per il coach sardo è la scarsissima presenza di pubblico agli eventi sportivi di questo tipo: «Pochissima gente, quasi nessuno, viene a vedere eventi di questo tipo. I ragazzi meritano più occhi e meno pregiudizi».
Il valore autentico di questa squadra va ben oltre le medaglie: «È importante che loro possano mostrare quello che davvero sanno fare, perché per pregiudizio, per concetto, anche per stereotipi sulla sindrome di Down, sembrano quelli poverini che non sanno fare niente. Invece, hanno dimostrato che il basket dal loro mostrato è quasi normale».
Diverse persone che hanno seguito le partite su facebook o YouTube, secondo Dessì, sono rimaste sorprese: «Chi ha visto le loro partite dice: “Ma sembrava proprio una partita vera, una partita normale”». Un’evidenza che smentisce i pregiudizi e dimostra che le differenze, almeno sul campo, non esistono: «Ci sono quelle differenze che per pregiudizio esistono, che invece sul campo ti accorgi che non ci sono».
Il tecnico dell’Atletico AIPD Oristano sottolinea l’importanza di avere eventi di questo tipo, che consentono agli atleti con sindrome di Down di esprimersi a pieno: «Grazie al fatto che ci siano eventi di questo tipo che danno la possibilità a persone con la sindrome di Down di giocare alla pari. Allora la partita è proprio vera: è vera la discussione con l’arbitro, è vera la discussione tra avversari, sono veri gli infortuni, è vera l’esultanza così come è vero il pianto per la sconfitta. È tutto vero».
Per il coach di Villaurbana non si tratta di una recita o di un gioco messo in scena per far piacere al pubblico: «Non è un gioco, non è un recitare, non è qualcosa che è legato un po’ a quello che la gente pensa».
Un pensiero lo rivolge anche a chi commenta positivamente sui social: «Meno male esistono i social che fanno conoscere queste cose. Leggo messaggi come: “Bravissimi, sono l’orgoglio”… Però secondo me sarebbero complimenti molto, molto più veri, più sinceri se avessero la possibilità di vedere proprio con i propri occhi quello che loro sanno fare».
Alberto Garau
(foto di Gianni Cesca)
