Tra tecnica e umanità, così nasce la corazzata dell’ItalBasket Down
Dal 2017, anno della sua fondazione, la Nazionale Italiana di basket FISDIR ha intrapreso una scalata sorprendente, trasformandosi in una delle realtà più vincenti dello sport paralimpico internazionale. In appena pochi anni gli Azzurri hanno costruito un palmarès impressionante: nove trofei, frutto di quattro titoli europei, tre mondiali, una vittoria ai Trisome Games e un Trofeo Open. Un percorso straordinario che porta la firma di Giuliano Bufacchi, referente tecnico della Nazionale, affiancato in modo fondamentale dagli assistenti Mauro Dessì e Francesca D’Erasmo, e sostenuto dal lavoro costante delle società che ogni settimana formano e preparano gli atleti sul territorio.
Bufacchi entra in FISDIR nel 2011, prima ancora della nascita ufficiale della Nazionale. Un tecnico gli propose di affiancarlo come assistente: una scelta presa quasi d’istinto, senza sapere cosa aspettarsi. «Sono entrato senza sapere minimamente di cosa si trattasse», ricorda oggi. «Poi mi è piaciuto, e ho iniziato a conoscere più da vicino le disabilità con cui avrei lavorato». Un percorso che lo porterà, negli anni successivi, a contribuire alla costruzione della rappresentativa azzurra nel 2017.
Una caratteristica centrale della pallacanestro FISDIR è la presenza di categorie con esigenze differenti. Nella II1 promozionale non si interviene su campo o canestri, ma sull’interpretazione dei fondamentali, più flessibile per favorire la partecipazione. Le categorie II1 agonistica e 3vs3 seguono invece il regolamento FIBA. La C21, per anni regolata in modo adattato, oggi applica quasi completamente le norme internazionali, con la sola eccezione del canestro basso, destinato però a scomparire, e tempi di gioco leggermente più brevi.
Dal punto di vista tecnico, Bufacchi ha portato nella pallacanestro FISDIR lo stesso impianto metodologico del basket olimpico, adattando però ritmi, tempi cognitivi e modalità didattiche agli atleti. «La metodologia è la stessa, cambia solo la velocità di apprendimento», spiega. Nella categoria II2, in particolare, viene dato grande spazio alla consapevolezza delle situazioni di gioco e alle scelte in autonomia. «Fare canestro genera autostima, e l’autostima ha un impatto enorme sulla vita quotidiana dei ragazzi. Allenare il gesto sportivo significa anche allenare l’autonomia».
Accanto al lavoro del tecnico e dei suoi assistenti, Bufacchi sottolinea l’importanza fondamentale delle società sportive, vero motore del movimento: «Le società fanno un lavoro decisivo. Senza la loro crescita e la loro cura quotidiana degli atleti, la Nazionale non potrebbe esistere. I risultati internazionali sono il frutto del lavoro che si costruisce in palestra, tutto l’anno, in ogni angolo d’Italia».
Un ruolo chiave lo hanno anche le famiglie, che permettono ai ragazzi di mettersi in gioco in discipline spesso mai considerate prima. «In campo le disabilità scompaiono», afferma Bufacchi. «E molte famiglie non immaginavano che un figlio con disabilità potesse diventare atleta, talvolta campione del mondo». Tra i ricordi più significativi cita un giovane convocato nei primi anni che, non essendo autonomo nella gestione personale durante i raduni, non poté essere confermato finché non avesse acquisito indipendenza nelle attività quotidiane. «Quel ragazzo è diventato autonomo. È la dimostrazione di quanto lo sport possa trasformare la vita».
Bufacchi riconosce che la FISDIR gli ha dato ciò che il basket olimpico non gli aveva offerto: la possibilità di vivere successi internazionali e di rappresentare l’Italia ad alto livello. «Mi sento parte integrante di questo movimento, ne vado fiero. Europei e Mondiali li affrontiamo per portare in alto il valore del nostro Paese». Allo stesso tempo, non dimentica il contributo del suo staff: «Gli assistenti Mauro Dessì e Francesca D’Erasmo sono parte essenziale del lavoro. Senza di loro questo progetto non sarebbe lo stesso».
Un pensiero speciale va ancora alla formazione tecnica, tema a cui Bufacchi tiene molto: «Un tecnico FISDIR non si improvvisa. Deve conoscere la disciplina e conoscere l’atleta. Negli anni abbiamo costruito una formazione strutturata, che oggi stiamo rendendo sempre più completa e accessibile».
A chi sogna di diventare tecnico FISDIR, il messaggio è chiaro: «È un’esperienza di enormi soddisfazioni sportive e umane, ma va fatta con serietà. Non lo si fa per sentirsi “buoni”, ma perché si crede nel diritto allo sport per tutti».
Guardando al futuro, Bufacchi vede una Federazione in continua crescita: nata nel 2009, oggi è sempre più centrale nel panorama paralimpico internazionale, pur con il sogno ancora da realizzare della partecipazione ai Giochi Paralimpici. «Ci stiamo lavorando», assicura.
Se dovesse definire questi anni con tre parole, sceglierebbe: complicata, emozionante, soddisfacente. Tre aggettivi che raccontano la storia di un gruppo di tecnici, assistenti, società e famiglie che, insieme, hanno reso il basket FISDIR un modello di eccellenza sportiva e inclusione.
(foto di Gianni Cesca)
